Anche se la guerra sembra persa, vale la pena combattere ogni singola battaglia*

Immaginare una vita in cui non ci leviamo il dubbio di quale sia la capitale dello Sri Lanka chiedendo a Google ci sembra impossibile adesso. Come non potremmo più vivere senza Netflix, o lo shopping a mezzanotte. Insomma, siamo ben disposti a sacrificare un po’ della nostra  privacy per continuare a sfruttare i vantaggi di internet, un po’ di privacy, non ogni più piccolo segreto…

Vincere la guerra contro l’uso improprio dei nostri dati sembra quasi impossibile. Ma qualche battaglia possiamo comunque vincerla.

Innanzitutto dobbiamo decidere se è veramente necessario registrarsi su ogni sito che visitiamo. Vale la pena di rivelare anche il nostro colore di capelli per avere il 10% di sconto per il primo acquisto? Nel caso la risposta sia sì, dovremmo tenere una lista dei nostri account.

Anche il nostro cane potrebbe indovinare una password che contiene il nostro soprannome e l’anno di nascita. Scegliamo delle credenziali di accesso a prova di furbo, e cambiamole spesso, non con una cadenza da elezione del Presidente della Repubblica.

Controlliamo le impostazioni della privacy sui Social Network. Le società giocano sull’inerzia dell’essere umano e quindi le impostazioni pre-impostate sono tutto fuorché protettrici della nostra privacy, di solito.

Non usiamo le credenziali di un sito per accedere ad un altro (vedi l’accesso a Spotify attraverso il nostro nome utente e password di Facebook), perchè questo autorizza il primo sito a ficcare il naso anche nei dati che abbiamo nell’altro sito. Se non ne possiamo fare a meno, quando non più utile, dobbiamo rimuovere  l’autorizzazione all’accesso.

Possiamo navigare in incognito, installare gli add-ons per proteggerci dai cookie e gli altri strumenti di tracking, usare un Virtual Private Network (VPN), che cripta il nostro traffico internet e nasconde il nostro indirizzo IP.  Per sapere quanto le nostre impostazioni ci proteggono andate su Panopticlick, il servizio rivela anche quanto il nostro sistema è unico e quindi identificabile, anche se stiamo usando dispositivi che proteggono la nostra identità.

Facciamo una ricerca su Google con il nostro nome per scoprire a quali informazioni il mondo intero ha accesso. Nel caso, facciamo buon uso del diritto alla cancellazione (Articolo 17 GDPR). E’ possibile richiedere la cancellazione dei dati in uno dei seguenti casi:

  • i dati non sono più necessari rispetto alle finalità per le quali erano stati raccolti o trattati;
  • l’interessato ritira il consenso e non sussiste altra base giuridica per trattare i dati;
  • l’interessato si oppone al trattamento e non sussiste alcun legittimo motivo che prevale sull’opposizione;
  • i dati sono stati trattati illecitamente;
  • esiste un obbligo legale alla cancellazione secondo il diritto dell’Unione Europea o la legislazione di uno degli Stati Membri
  • i dati sono stati raccolti relativamente all’offerta di servizi della società dell’informazione.

Il primo passo per far valere i nostri diritti è scrivere al titolare del trattamento dei dati, all’indirizzo indicato sull’informativa della privacy. Il titolare del trattamento è obbligato a cancellare i dati senza ingiustificati ritardi, e nel caso i dati siano stati resi resi pubblici deve informare anche gli altri responsabili del trattamento che stanno trattando i nostri dati perché anche loro procedano alla cancellazione di link, copie o riproduzioni di tali dati, tenuto conto della tecnologia disponibile e dei costi di attuazione.

 

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Continua a leggere:

*Questo post è stato preparato per una lezione incentrata sul diritto alla protezione dei dati personali e sull’uso dei dati generati durante la navigazione per studenti delle scuole superiori. Per avere maggiori informazioni sull’iniziativa potete scrivermi all’indirizzo email: avvocato (@) ottanelli.eu

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