Il buono e il brutto del tracking su internet*

La maggior parte dei servizi offerti in rete è gratuita. Non paghiamo un centesimo  al motore di ricerca per rispondere alle nostre domande. Non spendiamo un euro per rimanere connessi ad amici e parenti sparsi in ogni parte del globo attraverso email e social network. Facciamo acquisti online senza costi aggiuntivi, anzi spesso il costo del prodotto è minore di quello venduto nel negozio dietro casa.

Ma i magnati di internet non sono buoni samaritani. Anzi, spesso, sono in testa alle classifiche che elencano le persone più ricche del mondo. E le società digitali hanno fatturati a sette zeri. Come è possibile?

Semplice! Stiamo barattando i nostri dati personali come contropartita ai benefici che internet e l’economia digitale stanno apportando alle nostre vite. Le informazioni su cosa ci piace, non sopportiamo, dove andiamo, cosa mangiamo, cosa votiamo sono la moneta con cui paghiamo su internet (in aggiunta agli euro veri e propri in alcuni casi). Ogni nostra azione nel mondo di internet, ogni informazione che inseriamo su noi stessi viene tracciata e elaborata per offrirci un ambiente più personalizzato possibile. Ma allo stesso tempo, le informazioni vengono utilizzate anche per scopi tutt’altro che altruistici.

Mentre siamo su internet vengono raccolti dati:

  • sulla cronologia di navigazione;
  • sull’ubicazione geografica;
  • sui nostri contatti, amici, parenti;
  • sul nostro aspetto fisico;
  • nome, indirizzo, data e luogo di nascita, telefono, email, etc.

Questi dati vengono uniti per creare il nostro profilo che potrà essere utilizzato per:

  • per individuare le nostre preferenze;
  • per predire il nostro comportamento;
  • per prendere decisioni che hanno un effetto sulla nostra vita.

Il buono del tracking

Grazie alla nostra orma digitale la nostra esperienza su internet viene migliorata. Attraverso le “briciole di pane” che abbiamo lasciato durante le nostre precedenti sessioni di navigazione e le impostazioni registrate sul nostro computer, il nostro browser si ricorda che parliamo italiano; il nostro social network ci mostra post che potrebbero interessarci; il nostro sito preferito per gli acquisti online si ricorda di mostrarci i prezzi in euro, invece che in dollari; o vediamo annunci pubblicitari di prodotti che abbiamo in precedenza cercato.

Non solo, grazie alle nostre informazioni personali, programmi e app possono aiutarci a migliorare la nostra qualità di vita, ad esempio, monitorando il nostro sonno o il battito cardiaco.

Come spesso succede, per ogni buona applicazione ce ne sono mille diaboliche.

Il brutto del tracking

Analizzando il nostro comportamento online, è possibile arrivare a capire chi siamo, la nostra voce, il nostro aspetto, dove siamo, chi sono i nostri amici, cosa ci piace e cosa detestiamo, il nostro stato di salute, il nostro estratto conto, quali sono i nostri piani futuri. Attraverso procedure automatizzate, unendo tutte le informazioni disponibili online, ogni soggetto può venire classificato a seconda dell’età, sesso, educazione, affiliazione politica, credo religioso, investimenti, professione, interessi, orientamento sessuale, etc.

I dati possono venir raccolti anche quando non stiamo navigando. Vi è mai capitato di parlare con gli amici di qualche cosa che vi interessa e poi trovare annunci pubblicitari a tema durante la vostra navigazione? I nostri smartphone possono ascoltare le nostre conversazioni. In teoria, questo accade solo quando diciamo frasi come “Hey Siri” o “Okay Google”, ma ci potrebbero essere mille espressioni che attivano la modalità ascolto, in modo fraudolento o meno.

Ogni business che ha accesso ai nostri dati li usa direttamente o indirettamente, vendendo i nostri dati a parti terze. Questo succede tanto nel mondo digitale, che nel mondo reale. Vi siete mai chiesti perché ci viene offerto di sottoscrivere un programma di fedeltà al supermercato o alla catena di abbigliamento X? Per tracciare i nostri acquisti, creare un profilo su di noi e inviarci annunci pubblicitari o, peggio, venderli ad altri soggetti. I negozi online non hanno bisogno di darci alcun incentivo per rivelare i nostri dati, hanno già lo storico delle nostre azioni.

Se ci pensate, anche le interazioni umane sono personalizzate. Come ci presentiamo e come ci comportiamo influenzano i nostri interlocutori. Ma come vi sentite quando chi avete davanti sfrutta le vostre debolezze per manipolarvi?

Quando entrate in un negozio dove siete costretti a chiedere il prezzo degli articoli, vi siete mai domandati se la risposta sarebbe stata la stessa se invece di essere entrati con il vostro miglior paio di jeans, la vostra nuova borsa di marca e l’ultimo modello di Iphone in mano, foste entrati con i jeans strappati e un cappello da rapper? Gli algoritmi dei negozi online sono in grado di cambiare il costo di un prodotto in pochi attimi. Il prezzo che viene mostrato può essere influenzato dal traffico online, dal prezzo applicato dai concorrenti, ma anche da quelle informazioni che l’algoritmo ha a disposizione su di noi. Se viviamo in una zona residenziale (rilevabile attraverso l’indirizzo IP) è possibile che ci venga mostrato un prezzo più alto rispetto a quello che vede qualcuno che sta acquistando il medesimo prodotto seduto in una parte di mondo meno ricca. Similarmente, se io uso un Mac piuttosto che un PC, potrei vedermi applicata una maggiorazione, perchè si presume che chi utilizza un prodotto Apple sia più abbiente di chi usa un dispositivo Windows. Così come il fatto di cercare il medesimo prodotto più e più volte può indicare un alto interesse all’acquisto, che fa lievitare il prezzo, ad esempio per l’acquisto dei voli.

Dando un’occhiata alle pubblicità che appaiono sul vostro schermo potreste ben pensare che niente di quello che avete letto fin ora è vero. Ma questa “scienza” ancora imperfetta viene applicata anche per cose ben più importanti che il prezzo di un nuovo set di asciugamani.

Ci sono professionisti, i data broker, che raccolgono dati usando fonti più o meno pubbliche per compilare liste di soggetti in base a qualunque criterio a cui possiate pensare, come gli interessi, la professione, l’orientamento politico, lo stato di salute, etc. Questi elenchi sono poi venduti a soggetti che possono utilizzarli per fini scientifici o pubblicitari, ma anche ad agenzie governative. E’ quasi impossibile scoprire chi ha i nostri dati, per quali fini li sta utilizzando e spesso le informazioni vengono archiviate per sempre.

Anche se non abbiamo niente da nascondere perchè non stiamo infrangendo la legge o non abbiamo comportamenti socialmente riprovevoli, le conseguenze che possono derivare dal non proteggere adeguatamente i propri dati sono dannose.

In primis, i nostri dati possono venir rubati e utilizzati per fini criminali, pensate ai furti di identità.

 

Il nostro profilo online determina quali tipi di messaggi ci verranno mostrati; si può parlare di una nuova forma di discriminazione e di manipolazione del pensiero.  Qualche anno fa uno studio ha rivelato che i messaggi che Facebook decideva di mostrare sulle bacheche degli iscritti avevano il potere di influenzarne l’umore. Uno studio ha rivelato che l’algoritmo che governa gli annunci di Google mostrava agli uomini, più che alle donne, annunci per lavori con un’alta rimunerazione. E’ stato provato che l’uso dei Social Media per diffondere messaggi elettorali può produrre consenso, o dare l’illusione di una significativa popolarità online che contribuirà alla creazione di un supporto politico reale e, allo stesso tempo, democratizza il processo di propaganda perché quasi ognuno ha il potere di diffondere il messaggio.

Le informazioni che ci vengono mostrate dal nostro motore di ricerca, dal nostro social network o dal negozio online vengono selezionate secondo delle regole che non conosciamo e fuori dal nostro controllo. Questa ignoranza non ci permette di proteggerci e mina la nostra libertà di pensiero.

[Fonte – sono disponibili i sottotitoli in italiano]

E’ sempre esistito che i pubblicitari cercassero di elaborare campagne pubblicitarie che potessero avere il più elevato grado di convincimento. Un fabbricante di giocattoli sicuramente sceglie di far andare in onda il proprio spot in orari durante i quali i bambini possono essere all’ascolto alla radio o davanti alla tv, un venditore di medicinali contro l’insonnia, invece sceglierà di mandare in onda il suo annuncio alle ore tarde.

Adesso, grazie alle informazioni che sono disponibili su ogni potenziale cliente è possibile arrivare ad un livello di personalizzazione dell’annuncio che incrementa notevolmente la possibilità che egli possa seguire seguire il “consiglio” ricevuto. Un’adolescente non riceverà un coupon per avere uno sconto per il nuovo adesivo per dentiere mentre naviga su internet. Chi è attento alla propria salute e fa sport vedrà annunci per la nuova palestra del quartiere in cui vive o lavora. Allo stesso tempo, un soggetto propenso alla depressione ha grandi possibilità di ricevere pubblicità che lo invitano a giocare d’azzardo perché il suo profilo dice che è più propenso a sperperare così i propri soldi rispetto ad una persona felice. Un soggetto con un alto grado di istruzione difficilmente riceverà un messaggio che nasconde una frode perché sarà più facile che la riconosca rispetto all’individuo che fatica a parlare e scrivere correttamente.

I dati sulla nostra attività online vengono utilizzati anche per decidere il livello della nostra affidabilità creditizia e influenzeranno quindi la possibilità di vedersi concedere un mutuo o una carta di credito, ma anche la possibilità di essere assunti per un lavoro o avere in affitto un appartamento [qui]. Il fatto di fare acquisti in negozi online (o offline) dove fanno compere anche soggetti che hanno un reddito minore del nostro o hanno un passato di cattivi debitori può far credere alla nostra banca (o meglio all’algoritmo che la nostra banca utilizza) che non siamo affidabili dal punto di vista finanziario.

La nostra orma digitale viene controllata anche durante i processi di assunzione e di selezione per le università. Se stiamo facendo domanda per una posizione in una organizzazione attiva per la tutela dell’ambiente e sui nostri account sui social media abbiamo sostenuto che il cambiamento climatico non esiste, che non è giusto proteggere le specie in via di estinzione e che le compagnie petrolifere dovrebbero poter trivellare anche nel Parco della Maiella, avremo poche chance di essere assunti.

In principio, potrebbe essere benefico che ognuno di noi sia “schedato”. Tutti perderemmo meno tempo. Le ricerche su internet ci mostrerebbero già nei primi risultati esattamente quello che stiamo cercando. La banca non rischierebbe di prestare del denaro a soggetti che vogliono vivere al di sopra delle proprie possibilità. Datori di lavoro non perderebbero tempo ad intervistare persone che non fanno al caso loro. Purtroppo gli algoritmi che permetterebbero tutta questa efficienza sono lontani dall’essere perfetti e agiscono in base a regole che nemmeno coloro che li hanno creati capiscono.

Onestamente non dormo sonni tranquilli nel sapere che la mia esperienza su internet è conseguenza di quello che un algoritmo pensa sia meglio per me, in base a dei parametri che io nemmeno conosco e che non posso combattere. Immettete le medesime parole su un motore di ricerca insieme ai vostri amici, e confrontate i risultati che ricevete.

Il problema non è quello che ci viene mostrato, ma quello che non ci viene mostrato!

***

Continua a leggere:

*Questo post è stato preparato per una lezione incentrata sul diritto alla protezione dei dati personali e sull’uso dei dati generati durante la navigazione per studenti delle scuole superiori. Per avere maggiori informazioni sull’iniziativa potete scrivermi all’indirizzo email: avvocato (@) ottanelli.eu

 

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