Internet e BigTech siamo noi

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Tutti i servizi offerti dai BigTech (nomignolo che identifica le grandi società del web) sono oramai parte integrante del nostro quotidiano. In qualche modo viviamo in simbiosi. Il nostro futuro è influenzato dalle loro scelte aziendali, la loro sopravvivenza e il loro prosperare è legato direttamente all’utilizzo che ne facciamo. Se le macchine da scrivere sono quasi estinte è perché abbiamo tutti iniziato a usare il computer.

In questi tempi di Coronavirus molti ringraziano Google, Netflix, Amazon, Facebook e il resto della tecnologia perché ci intrattengono, ci permettono di lavorare, di rimanere connessi con il mondo esterno, insomma, rendono più sopportabile l’eremitaggio forzato.

Ma ricordiamoci che non è tutto oro quello che luccica. Il nostro interesse e quello dei Giganti del web sono totalmente opposti. Noi vogliamo una tecnologia neutrale, al nostro servizio, che ci protegga dalle discriminazioni e dagli errori umani, e sotto il nostro controllo. Le società mirano a massimizzare il ritorno economico degli investimenti fatti.

Il buono e il cattivo di BigTech

I BigTech ci permettono di vivere il nostro quotidiano in modo più efficiente e conveniente. Hanno accorciato le distanze, connettendo con il resto del mondo anche il più remoto angolo del Globo. Hanno ridefinito il significato di invenzione e innovazione. Ci permettono di lavorare lontano dall’ufficio, sviluppare i nostri business, mantenere relazioni a distanza. I BigTech aiutano a diffondere il messaggio dei movimenti di ribellione contro governi di oppressione, ma sono anche cassa di risonanza per i messaggi di odio. Lo scandalo di Cambridge Analytica e l’influenza che le sue campagne hanno avuto sulle ultime elezioni presidenziali statunitensi e sulla Brexit sono cosa nota [sulla profilazione e scelte elettorali: qui].

Le modalità e i tempi con cui riceviamo le informazioni (vedi pubblicità, notizie di cronaca, messaggi elettorali, risultati di una ricerca, etc..) sono capaci di influenzare le nostre azioni (e il nostro umore). Se l’abile venditore è capace di manipolarci solo leggendo il nostro linguaggio del corpo, immaginate cosa può fare l’intelligenza artificiale di turno con accesso ad ogni aspetto della nostra vita, incluso il nostro battito cardiaco. Grazie al sapiente uso della captologia, la scienza che studia il rapporto tra la tecnologia e le tecniche di persuasione, i messaggi che riceviamo sono più efficaci perché fanno leva sulla nostra emotività e i nostri gusti.

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Fonte

Ad esempio, Netflix usa l’intelligenza artificiale per modificare le locandine dei film scegliendo quelle immagini che hanno più probabilità di farci venire voglia di guardarli [qui].

Le innovazioni tecnologiche stanno cambiando il mercato del lavoro (è stimato che il 60% dell’occupazione dovrà essere ridefinita [qui]) e contribuito ad aumentare le ineguaglianze del reddito. C’è un crescente bisogno di pochi lavoratori altamente specializzati, che godono di ottimi salari. I lavoratori poco specializzati stanno vedendo una diminuzione del loro salario, accompagnata da un aumento dei costi della vita [qui].

E’ sbagliato pensare che i BigTech siano l’unico strumento fondamentale per ampliare la nostra conoscenza e i nostri orizzonti. I risultati delle nostre ricerche, i messaggi presenti sulla nostra bacheca di Facebook o di Twitter, i prodotti che ci consiglia Amazon non sono decisi in maniera asettica, ma sono influenzati dai nostri comportamenti passati; sarà quindi più facile che ci venga mostrato qualcosa che rinforza le nostre convinzioni, piuttosto che un risultato che ci faccia vedere le diverse sfumature del mondo.

Infine, ci sono le conseguenze della tecno-dipendenza, pericolose per tutti, ma soprattutto per bambini e adolescenti, che vanno dalla perdita di contatto con la realtà, difficoltà emotive,  deficit di attenzione, fino alla depressione [qui e qui].

Interessi convergenti

Che si parli di esseri umani o di società, il fine ultimo è quello di utilizzare nella maniera più efficiente possibile le risorse a disposizione.

Nel nostro piccolo, abbiamo abbracciato le innovazioni tecnologiche convinti che queste ci avrebbero migliorato la vita. Adesso, tutto è a portata di un click, spesso gratuitamente.

Il nostro interesse ad avere un accesso equo, neutrale, al riparo dai pregiudizi e errori umani, sotto il nostro controllo, si scontra con l’interesse che hanno i BigTech (e le società in generale) a massimizzare il ritorno economico dei loro investimenti.

I fondatori di Google, Page e Brin, erano contrari ad adottare un modello di business che fosse improntato sulla vendita di pubblicità, perché questo avrebbe innegabilmente influenzato i risultati mostrati dal motore di ricerca. In un articolo i due affermavano che sarebbe stato cruciale avere un motore di ricerca trasparente e gestito da accademici [qui].  Oggi, Alphabet, la società madre di Google, genera l’85% del proprio fatturato grazie alla vendita di pubblicità. Facebook genera il 98.5% dei propri ricavi dai messaggi pubblicitari [qui].

Google e Facebook sono i due maggiori giocatori nel mercato della pubblicità online (Amazon è il quarto [qui]). Insieme riescono ad attirare il 51% degli investimenti nel settore [qui] perché possono offrire più garanzie che il messaggio pubblicitario non venga ignorato:   conoscono ogni interesse della loro platea sconfinata di utenti e sanno esattamente come attirare la loro attenzione.

Sean Parker, il primo presidente di Facebook ha detto: “Il sito è stato progettato per sfruttare le vulnerabilità umane. La domanda che ci siamo posti agli inizi è stata questa: in che modo possiamo consumare quanto più tempo e attenzione possibili dei nostri utenti?” Più tempo noi passiamo all’interno dell’ecosistema di Facebook, più informazioni su di noi quest’ultimo potrà raccogliere, più pubblicità potrà mostrarci.

Monopoli Naturali

Google, Facebook, Amazon si comportano come monopoli naturali, cioè sono liberi di dominare il mercato grazie alla forza della loro rete di utenti. La crescita esponenziale dei Giganti del Web è stata possibile grazie alle cosiddette “economie di rete“. L’effetto di rete fa si che il valore di un prodotto o di un servizio sia direttamente proporzionale al numero di persone che lo utilizzano. Più sono utilizzati, più diventano utili, più utilizzatori attraggono. Se Facebook avesse solo 10 utenti registrati, chi lo utilizzerebbe come piattaforma per condividere i propri contenuti? Google è capace di rispondere alle nostre ricerche in un nano secondo e di mostrarci risultati rilevanti perché impara cosa ci interessa dalle nostre passate ricerche e da quelle fatte da milioni di altri utenti.

I monopoli sono visti di mal occhio perché sono dannosi per l’economia. Un monopolista, in quanto unico giocatore presente sul mercato non avrà alcun incentivo a mantenere i costi bassi o a migliorare il suo prodotto, perché il consumatore non avrà possibilità di scelta. Ma non sono di per sé illegali. In alcuni casi sono perfino necessari, per esempio quando il prodotto o il servizio offerto ha dei costi iniziali elevati.

Il diritto della concorrenza europeo sanziona l’abuso di posizione dominante, non la posizione monopolistica. Si ritiene che una società sia in una posizione dominante quando questa può adottare la strategia di mercato che preferisce senza preoccuparsi delle reazioni che avranno gli eventuali clienti, fornitori e i concorrenti. Una società che si trova in posizione dominante è tenuta a adottare comportamenti che non vadano ad avere un effetto negativo sulla concorrenza, che già è limitata data la presenza di un giocatore con un forte potere di mercato. Un esempio tipico di comportamento anticoncorrenziale è l’imposizione di un prezzo troppo basso rispetto ai costi di produzione. Sembra assurdo, perché il cliente/consumatore ne trarrebbe solo un beneficio. Questo è vero nel breve periodo. Alla lunga, i concorrenti che non possono permettersi di abbassare i prezzi uscirebbero dal mercato, trasformando la società dominante in monopolista, e quindi libera di alzare il prezzo o diminuire la qualità del prodotto o del servizio per mancanza di alternative.

https://www.vox.com/recode/2019/8/21/20826405/amazons-profits-revenue-free-cash-flow-explained-charts
Fonte

Il successo di Amazon potrebbe essere il risultato dell’aver accettato di non generare profitti per degli anni applicando prezzi troppo bassi rispetto ai costi che la piattaforma doveva sostenere.

Amazon non è più solamente un negozio online, è diventato un gigante del cloud, si occupa di spedizioni, è entrato nel mondo dell’assistenza sanitaria, dell’intrattenimento televisivo e dell’editoria. Come Amazon, anche Google e Facebook si sono avvalse del potere di mercato che avevano raggiunto in un settore per espandersi in altro. E’ forse apocalittico pensare che un giorno ogni nostra azione sarà sotto il controllo di uno dei Giganti del web, ma pensate a quanto tempo già passate negli ecosistemi che queste società hanno creato.

Cerchiamo alternative

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Da tempo si discute se i Giganti di internet abbiano accumulato troppo potere e quindi abbiano bisogno di essere sottoposti a regole speciali, o se addirittura debbano essere obbligati a “dividersi”. L’interesse che le Autorità nazionali e internazionali stanno mostrando verso il problema è certamente un ottimo segnale. Ma nell’attesa che i tempi legislativi siano maturi noi cittadini possiamo scegliere di limitare il controllo che BigTech&Co. esercitano sul nostro quotidiano.

L’effetto di rete a cui abbiamo accennato prima funziona anche all’inverso. Se il numero di utenti di un servizio o di consumatori di un prodotto diminuisce, diventa meno attraente anche per il resto degli utilizzatori.

Vivere senza i Giganti del web è complicato, ma non è impossibile [qui]. Se non vogliamo darci al “veganesimo digitale”, possiamo almeno scegliere di preferire quelle compagnie che mettono il benessere dei propri consumatori dinanzi alla massimizzazione del loro  profitto e che cercano di avere una crescita sostenibile, qui una lista di esempi, ma Google è sicuramente capace di suggerirne di ulteriori. 

E se volete sentire un’altra voce:

 

[Per approfondire sulla raccolta dei dati personali ai tempi di internet: qui.]

 

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